Cioccolatiamo

4nov/090

Gianduiotto: un bel colpo di cucchiaio

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Il gianduiotto nasce da un’invezione semplicemente geniale: l’aggiunta alla pasta di cacao di un composto di nocciole tostate e tritate. In conclusione, un matrimonio combinato e riuscito tra la forza del cacao e la dolcezza delle nocciole.

Il segreto stà nella nocciola: la famosa varietà “Gentile delle Langhe”, che cresce appunto sulle colline delle campagne a sud di Torino ed è rinomata per la quanlità fine e gustosa ricca di fragranti olii aromatici. Apprezzato da 130 anni nei paesi di tutto il mondo, il gianduiotto torinese è considerato il cioccolatino made in Italy più tipico.
Ma a chi va il merito dell’invenzione e in quali circostanze fu creato?
L’idea si attribuisce a Michele Prochet, che già dal 1852 produceva quella pasta di cioccolato e nocciola che sarebbe stata poi messa in commercio come Gianduiotto dalla Caffarel nel 1856. All’inizio della produzione lo chiamavano “givu”, che in dialetto piemontese significa “cicca” e quindi bocconcino, ma anche “grillo” inteso come bizzarria. A fare scattare a Prochet la scintilla creativa fu, secondo i cronisti dell’epoca, lo stato di necessità: il prezzo del cacao era salito alle stelle dopo il blocco continentale voluto da Napoleone… e quindi bisognava “allungarlo” con altri ingredienti del territorio più a buon mercato. IL ricorso all’ottima nocciola salvò la situazione. Ma il segreto del suo successo stà anche in un altro accorgimento: far colare la preziosa miscela in modo chel’impasto, espandendosi, si addensasse senza perdere la sua “vaporosa” leggerezza. E il tocco finale lo diede il “colpo di cucchiaio” sfociato in quel piccolo ceppo triangolare, spicchio o barchetta rovesciata dal profilo che ricorda l’ala del cappello della popolare maschera da cui prende il nome. Fu proprio Gianduia (originariamente Gian d’la duja, alias Gian del boccale) a conferirgli la fama: anzi pare che sia stato “lui” in persona durante il carnevale del 1865 a distriubuire alla folla quegli straordinari cioccolatini, autorizzando la Caffarel a battezzarli con il proprio nome per celebrare l’occasione. Il gianduiotto tra l’altro è stato il primo cioccolatino ad essere incartato nella stagnola, in quel caso dorata.

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